Numeri: funzioni magiche, proprietà mistiche

I numeri non servono solo per contare o per misurare. In quasi tutte le culture, ai numeri -e in particolare ai numeri naturali- si attribuiscono funzioni magiche e proprietà mistiche. Spesso queste fantasie (perché solo di fantasie si tratta) prendono la forma di semplici superstizioni, diffuse in tutti i luoghi e in tutti i tempi: la preferenza accordata al pari piuttosto che al dispari, la trisdecafobia (cioè la paura del 13, cui accenna anche Montaigne nei suoi Essais), le assurdità sui numeri fortunati, le balordaggini sul 666. Talvolta queste credenze si strutturano in vere e proprie teorie numerologiche, che non hanno mancato di avere un ruolo di primo piano in varie tradizioni di pensiero. Secondo la definizione di Umberto Eco, dobbiamo parlare di “numerologia” ogni qual volta si conferisce “ai numeri un significato che va al di là del loro essere quel che sono, o del loro stare in rapporto ad altri numeri”, oppure quando “attraverso calcoli numerici si sono individuate corrispondenze mirabili tra fenomeni difformi”.

I Pitagorici -attesta Aristotele- sono convinti che “il numero dieci sia perfetto e che comprenda la natura dei numeri tutta quanta” e dunque “affermano che i corpi che si muovono nel cielo sono dieci; poiché sono soltanto nove, ne inventano un decimo: l’anti-Terra” (Metafisica, 986a 6-11). Il numero triangolare 10 (somma dei primi 4 interi) viene raffigurato in forma di triangolo equilatero, con quattro punti su ogni lato e un punto al centro (l’unità che genera tutti gli altri numeri): è questa la tetraktys, figura simbolica, su cui si compiono giuramenti e cui si attribuiscono significati magici.

Nel pensiero cinese, accanto al loro valore quantitativo, che ha tuttavia un ruolo secondario nelle speculazioni filosofiche, i numeri “possiedono un valore simbolico che è molto più interessante perché, non offrendo alcuna resistenza al genio operativo, li rende disponibili per una specie di alchimia (Granet). Potenti strumenti classificatori per raffigurare “le categorie concrete dell’universo” e, al contempo emblemi, i numeri -o meglio, le loro proprietà combinatoriche- costituiscono il fondamento su cui poggia la teoria della divinazione. Esemplare a questo riguardo, è l’antica opera Classico dei mutamenti (Yijing), che prescrive una serie di pratiche divinatorie basate sulla manipolazione di bacchette di achillea. Secondo la descrizione riportata in Cheng, si tratta di “ottenere, come segno cifrato del fenomeno considerato, un numero (…) che non poteva essere che 6, 7, 8 o 9”. L’operazione viene ripetuta 6 volte di seguito e i risultati sono espressi non in cifre, bensì in monogrammi, che sono quindi composti in esagrammi, che possono essere di 64 forme diverse.

Nella tradizione ebraico-cristiana abbondano le interpretazioni numerologiche dei testi sacri -basti pensare agli innumerevoli esercizi ermeneutici che riguardano le misure del Tempio di Salomone (anche il sommo Newton non resisterà alla tentazione di cimentarsi in questa attività). Come scrive Agostino nel De doctrina christiana, “l’ignoranza dei numeri (numerorum imperitia) impedisce di comprendere un gran numero di cose che nelle scritture sono esposte in senso figurato o mistico”. La qabbalah ebraica non soltanto attribuisce un particolare valore simbolico al numero 10 (questo è infatti il numero delle sefirot), ma sviluppa una particolare tecnica di interpretazione, la gimatreya (“gematria”), basata sulla corrispondenza che assegna un numero a ciascuna lettera dell’alfabeto. Servendosi di questo sistema, gli esegeti sono in grado di “sottoporre il testo biblico a una serie di trasformazioni, in base alle quali le parole originarie (sono) sostituite con termini di uguale valore numerico” (Busi)».

 

[Nella foto: forcina cinese a forma di farfalla, considerata di buon auspicio perché la parola cinese per farfalla si pronuncia come “80 anni”. Metallo dorato, applicazioni con piume di martin pescatore, 22 x 10,6 x 2,5 cm. Parigi, Musée du quai Branly]