Il bernoccolo della matematica

Esiste un talento specifico per i numeri e per la matematica in genere? La stragrande maggioranza di noi risponderebbe di sì: basta osservare le forti differenze nella riuscita scolastica in questa materia, che suscita in alcuni un senso di inadeguatezza ai confini con il panico. Le differenze individuali esistono, ma come giustificarle?

Un celebre tentativo di spiegare l’attitudine alla matematica fu quello della frenologia (dal greco “dottrina della mente”), o organologia, come preferiva chiamarla il suo inventore, il medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828).

Questa teoria partiva da un’intuizione in fondo giusta, cioè dal fatto che le funzioni psichiche dipendessero da precise zone del cervello, e la portava a conseguenze estreme: sosteneva infatti che le particolarità morfologiche del cervello di un individuo, come solchi, depressioni e bozzi, riflettessero le sue qualità intellettuali e la sua personalità. Il “bernoccolo della matematica”, che contraddistingue i più dotati per questa materia, si situava in particolare nelle regioni frontali.

Oggi la frenologia è ovviamente screditata, ma non si è placata l’ansia di capire se effettivamente esistano segni fisiologici che siano indizi di predisposizione (si pensi ad esempio agli studi condotti sul cervello di Einstein, conservato in formalina dal 1955). Nessuna ricerca ha fornito risultati convincenti, anche perché ci si scontra con un problema metodologico di fondo: può darsi che un individuo dotato abbia ricevuto per via ereditaria un cervello che lo renda incline alla matematica, ma può anche essere vero il contrario, cioè che il suo concentrarsi fin dall’infanzia su problemi numerici abbia modificato l’organizzazione funzionale del suo cervello.

Torniamo dunque alla domanda iniziale: il talento è ereditato o appreso? Esistono davvero individui predisposti o tutti, con un’opportuna istruzione, possiamo diventare bravi matematici? Un recente studio di Ariel Starr e colleghi ha spostato la questione sul senso della numerosità, ovvero quella capacità innata presente, come abbiamo visto, anche negli animali, che permette di valutare a colpo d’occhio che sei palline, per esempio, sono più di tre.

I ricercatori hanno studiato un gruppo di bambini di sei mesi e ne hanno misurato, secondo un metodo standard, il senso pre-verbale del numero. A distanza di tre anni hanno sottoposto lo stesso gruppo a nuovi test per valutare varie capacità numerico-simboliche. I risultati sembrano mostrare una correlazione: i bimbi più dotati a sei mesi, hanno maggiore padronanza e capacità di manipolazione dei numeri a tre anni, indipendentemente dal livello di intelligenza generale. Ma ci sono anche ricercatori che contestano queste conclusioni.

Anche le differenze di genere sono un campo ambiguo che non risolve appieno la dicotomia talento/educazione. È indubbio che la matematica di alto livello sia, ancora oggi, un mondo molto maschile. Le matematiche passate alla storia sono poche -le più famose sono Ipazia (370-415), Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), Sophie Germain (1776-1831), Sofia Kovalevskaja (1850-1891) ed Emmy Noerther (1882-1935).

Non c’è dubbio che la pressione sociale e parecchi fattori di ordine psicologico abbiano un ruolo preponderante in questa disparità, che è evidente a livello di élite ma meno se prendiamo, a titolo di esempio, i risultati medi degli studenti nelle prove di valutazione come i test PISA o SAT.

Il sospetto, difficile da provare, è che il condizionamento culturale prevalga su ogni altro fattore.

È invece assodato, anche se il senso biologico-evolutivo di questi dati è tutto da capire, che i talenti numerici sono mancini, miopi e primogeniti in misura molto maggiore rispetto al resto della popolazione. Nessuna correlazione è invece stata trovata tra riuscita matematica e gruppi etnici: il particolare successo, per esempio, di alcune nazioni asiatiche è probabilmente da ascrivere al sistema educativo e alle pressioni parentali e sociali.